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recensito da: Cecilia Lazzeretti
Per una
fenomenologia del tradurre, a cura di Franco Nasi e Marc Silver, si
apre e si chiude nel nome di Emilio Mattioli (1933-2007), fondatore della
rivista “Testo a Fronte” e professore di Estetica, al quale il volume è
dedicato, a due anni dalla scomparsa. Il richiamo al metodo indicato dallo
studioso è già implicito nel titolo, dove la scelta della preposizione per
presuppone che si lasci aperto il dibattito sulla traduzione e che si
guardino con sospetto le soluzioni dogmatiche e definitorie. Proprio
Mattioli, infatti, in un articolo quasi pionieristico per la
traduttologia, apparso su “il verri” nel 1965, alla domanda categorica “è
possibile tradurre?” o a quella ontologica “che cosa è la traduzione”
suggeriva di “sospendere il giudizio” e muovere piuttosto a un rilievo dei
modi in cui la traduzione si era esercitata nel tempo, preferendo le
domande alternative “come si può tradurre?” e “che senso ha tradurre?”.
Il volume raccoglie dieci contributi elaborati nel 2008, in
occasione dell’annuale seminario sulla traduzione presso la Facoltà di
Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, alle cui
precedenti edizioni Mattioli aveva partecipato con interventi puntuali su
Semiotica e traduzione (in Hans Honnacker, ed., Dieci incontri per
parlare di traduzione, 2005), sulla poetica (in G. Palumbo, ed., I
diversi volti del tradurre, 2007, entrambi in www.slc.unimore.it/site/home/documento60010470.html) e
sull’etica della traduzione (ora in E. Mattioli, L’etica del tradurre,
Mucchi, 2009, pp. 59-64). Gli atti si concludono con l’inedita
trascrizione della registrazione di un intervento che Mattioli tenne nel
1994 a un ciclo di conferenze organizzate dall’Istituto Antonio Banfi di
Reggio Emilia dal titolo “I poeti traducono i poeti”; ciclo curato dallo
stesso Mattioli e che vide la partecipazione, fra gli altri, di Giovanni
Giudici, Andrea Zanzotto e Maria Luisa Spaziani.
L’invito di Franco Nasi, che firma l’introduzione, è di
cominciare la lettura del volume dal fondo, proprio da quel testo
trascritto di Mattioli, che si potrebbe definire “seminale” e
programmatico (pp. 193-205). Curiosamente, alcuni dei concetti espressi in
quest’appendice ricompaiono nei saggi che la precedono. Per esempio,
Mattioli richiama l’attenzione sull’etimo del verbo tradurre, che,
come è noto, viene utilizzato per la prima volta per indicare una
traduzione linguistica nel De interpretatione recta dell’umanista
Leonardo Bruni. Ma né il latino traducere né il greco metafèrein avevano
originariamente quel significato, alludevano piuttosto ad un
trasferimento, ad uno spostamento. È lo stesso concetto espresso da Salman
Rushdie, citato nel saggio di Giovanna Buonanno (“La scrittura della Black
Britain tra ibridazione e traduzione culturale”, pp. 119-137), che di sé e
della condizione di tutti gli scrittori migranti scrive “We are translated
men”: la scrittura, per questi autori, si configura, spiega Buonanno, come
un terzo spazio, diverso sia da quello della cultura d’origine, sia da
quello della cultura d’arrivo, il che pone forti analogie con l’attività
di traduzione che, allo stesso modo, è sempre frutto di un trasferimento.
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