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Così parlo Bonolis. Battute e confidenze, quell'italiano della Tv "rubato" agli spettatori

Esce un saggio di Gabriella Alfieri e Ilaria Bonomi sul lessico del piccolo schermo. Dagli anni Cinquanta a oggi, passando per telegiornali e pubblicità.
Uno stacco decisivo si verifica nel decennio Ottanta quando il pubblico è coprotagonista.
Il romanesco spesso viene a contaminarsi con qualche altra pronuncia locale.

L'italiano e lo schermo: alleanza o conflitto? La domanda percorre il volume di Gabriella Alfieri e Ilaria Bonomi, Lingua italiana e televisione, appena uscito da Carocci (pagg. 144, euro 10,50). Docenti di linguistica, le autrici conducono il tema con solerte spirito critico e con l'impiego, spesso soverchiante, di termini tecnico-scientifici. Un punto di partenza essenziale è la radio. Sono indicati, fra i più ovvi progenitori del linguaggio televisivo, i giornali.

L'evoluzione del "mezzo" è comunque così rapida da far definire «paleotelevisione» quella offerta agli utenti dagli esordi all'apice della cosiddetta "era Bernabei", negli anni Sessanta, con propaggini che si spingono a metà del decennio successivo. Filtrava allora dallo schermo, stando alla definizione che ne diede nel 1961 il glottologo Mario Medici, «una lingua intermedia fra quella parlata e quella sognata dai puristi». L'audio si modellava «sull'italiano scritto proposto dalla scuola e dai giornali».

Uno stacco decisivo si verificherà negli anni Ottanta, quando «gli spettatori diventano coprotagonisti delle trasmissioni». Verrà a cadere la prevalenza di quell'italiano «serio-semplice» che ha presidiato i teleschermi alla nascita, sia pure animato da intercalari appartenenti a idoli della tivù: Mario Riva, per esempio, con il suo «Nientepopodimenoché» o Mike Bongiorno con «Allegria!», «Esatto!» e «Colpo di scena!». Ogni intenzione pedagogica viene contraddetta da un invadente populismo verbale, fino a segnare una decisa «degradazione a teatrino» e a «chiacchiera». Come dubitare che, privati di un mucchietto di espressioni quali «E' polemica», «Gettare acqua sul fuoco», «Al vaglio degli inquirenti», «La morsa del fisco» e «Il bagno di sangue», i telegiornali sarebbero quasi ridotti al silenzio?

Le autrici prendono a modello di riferimento una coppia formata dal telegiornale di Enrico Mentana, di recente apparizione su La Sette, e da quello, assai più stagionato, di Emilio Fede su Retequattro. La «conduzione interpretativa» del primo discorda dall'intenzione «confidenziale» del secondo ed entrambi si distaccano dalla savia "normalità" dei notiziari più tradizionali e di regime, come i tg uno e due, e dall'accurata e prevedibile fattura del "tre".

A distinguere l'offerta "italiana" di notizie via etere dallo standard internazionale è in ogni caso l'inaudita invadenza della cronaca nera, effetto fatale di quell'imperativo - "mettersi dalla parte della gente" - che nessuno respinge. Ne deriva l'adozione di certe parole: «pizzini», vocabolo confidenziale di mafia, «sballo», termine odoroso di droga, e poi espressioni come «farla franca», «poveraccio», «per un pelo», «piangere sul latte versato», «pateracchio».

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Rubrica:
Lingvistică



Sursa: ilmiolibro
http://ilmiolibro.kataweb.it/



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